Antonella Sica | L’ira notturna di Penelope a cura di Giuseppe Martella su «Inverso – Giornale di poesia»

 

Ho incontrato Antonella Sica di recente, in occasione di un evento poetico. Non avendo mai letto niente di lei. Incuriosito ho acquistato il suo ultimo libro, L’ira notturna di Penelope, e l’ho letto d’un fiato non pensando affatto di scriverci su una recensione. Ma il testo mi ha catturato nelle sue pieghe, come una tela di ragno una mosca, nei suoi punti in croce, nelle sue scuciture notturne che preludono alle albe di nuovi giorni. Come la tela di Penelope che disegna in contrappunto il labirinto marino di Ulisse, le svolte dell’intreccio dell’Odissea, compiendo l’archetipo frastagliato del Nostos omerico come lo stampo di ogni narrazione letteraria avvenire. Non solo, ma anche dell’interpretazione di testi e messaggi, dell’ermeneutica insomma, esistenziale e filosofica: la cura dell’interpretazione, genitivo soggettivo e oggettivo.
Questa Penelope dis/fa infatti ogni notte con cura, con ira temperata, la tela che tesse nel rosario dei giorni. “Notturna” è qui da intendersi anche come ctonia, fuoco che cova sotto le ceneri, e “ira” appunto è da intendersi come “temperamento”, sia in senso psicologico che musicale. Da un lato come la misura di colei che, animata da una passione indomabile, sa tuttavia alzarsi da tavola quando ha ancora fame. Dall’altro come quell’insieme di accorgimenti tecnici che consentono di modulare i temi di una forma sonata, e di passare tra i modi, maggiore minore, in quella “fuga per canone” che è l’espressione di una vita, con le sue variazioni, pause, accordi, sviluppi e riprese, in vista di una risoluzione finale che non arriva mai.
Pensiamo dunque all’Arte della fuga di Bach come a un modello da tenere a mente, accanto a quello dell’Odissea, nel nostro viaggio attraverso questo labirinto marino, costellato di tempeste e approdi provvisori. Perché il mare qui, screziato di riflessi e lampi, è il materiale di costruzione delle architetture poetiche di cui si tratta. Delle case e delle stanze in cui si abita: case dell’essere e stanze della memoria, rifugi e prigioni di un’esistenza domestica che si apre sul cosmo periglioso e affascinante di una che vuole viaggiare leggera, consapevole che “non c’è terra mai/ ma il viaggio”. (53) Di un io poetico, insomma, che sa temperare la sete di scoperta di Ulisse dalla mente tortuosa (polytropos), con la pazienza altrettanto astuta della sua sposa che ordisce piccoli inganni quotidiani, compiendo insomma una ricognizione speculare rispetto a quella dell’eroe: cercando cioè di dare un senso alla propria vita, di riempire le proprie “stanze vuote”, scucendo e ricucendo a proprio modo quella tela di Ananke che le antenate le hanno cucito addosso come un destino; disfandola sempre di nuovo punto a punto, in una caparbia temperata insurrezione, “combattendo/ l’ira notturna di Penelope”, (2) per una composizione di luogo che è al contempo esercizio spirituale e poetico, l’apprendimento del mestiere di vivere e dell’arte di catturare l’angelo nella sillaba. In una costante equivalenza fra tela e testo, nonché fra compitazione e costruzione. Fra vivere, costruire e abitare. Del resto poesia e costruzione sono etimologicamente connesse, così come il tedesco Dichtung (poesia) e il sanscrito tichtein (tetto). Così si costruisce man mano la bugia poetica come farmaco (rimedio-veleno) per il disincanto del mondo e per il disamore che lo alimenta. Il rovescio del fuoco, il suo riflesso nell’acqua o nel vetro di una finestra che si fa specchio della tua ombra.

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Le Antologie di Transiti Poetici – VOLUME XXXIV

Le Antologie Poetiche Virtuali sono curate da Giuseppe Vetromile. Ogni Volume comprende 10 Autori, liberamente selezionati ed invitati dal curatore. Sono previsti volumi dedicati a particolari ambiti poetici (poesia emergente, poesia dialettale, ecc.). Le copertine sono elaborate e realizzate da Ksenja Laginja.

mercoledì 4 maggio 2022
VOLUME XXXIV

È forte e perentoria, la poetica di Antonella Sica in questi versi tratti da L’ira notturna di Penelope. La poetessa genovese, peraltro impegnatissima anche in campo cinematografico e ideatrice e curatrice di diversi festival e rassegne artistiche e letterarie, non lascia dunque spazi inutili nel suo dire deciso e schietto, e i versi sono modulati su questo suo accorato dichiarare tensioni e dissidi, sgretolamenti e dissoluzioni, in un mondo che appare calpestato e offeso, un mondo di cui fa parte anche l’umanità con la sua carne e persino il suo spirito corrotti dal tempo e dalle ignominie che l’uomo stesso provoca e ritorce contro la natura stessa. Ma proprio in questa realtà, dove ogni cosa sembra inquinarsi e guastarsi, resiste la metafora di Penelope, che imperterrita continua a tessere la sua esistenza, nonostante ogni ferita e ogni avversità, ma dando uno sguardo di sottecchi (nella coda dell’occhio) ad un possibile futuro di riscatto.

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L’ira notturna di Penelope – recensione di Maria Consiglia Alvino su ExLibris20

La poesia, dal greco poiesis, è creazione. Di immagini e di idee, di sensazioni ed emozioni, attraverso la parola. La poesia di Antonella Sica è fedele a questo senso originario del termine, in quanto sa creare immagini che restano potentemente impresse nella mente del lettore e lo interrogano a fondo, per molto tempo dopo la lettura.

È una poesia della visione, a tratti quasi cinematografica, per l’accuratezza della descrizione dei correlativi oggettivi che popolano di significati lo spazio narrato, vissuto dall’io lirico. Dico vissuto, perché leggendo L’ira notturna di Penelope, non si ha mai la sensazione di essere a contatto con pose e finzioni letterarie; ma si sperimenta un’empatia profonda con l’autrice. Ciò accade perché Antonella Sica possiede una scrittura che rimane nel corso della silloge sempre fedele al “manifesto di poetica”, proclamato a conclusione, quasi a suggellare un percorso, forse un patto, intessuto con il lettore sin dall’inizio: “Le mie parole sono semi custodi / dei germogli della terra di dentro / sbocciano sul corpo nudo / nella luce e nel buio del vissuto. / Per questo non posso dar voce / a un dolore che non conosco: / per pudore, per rispetto / per non trovare un giorno in mezzo al petto, / un mazzo di fiori di plastica rossi / né vivi né morti” (p. 69).

Forse proprio perché la sua cifra è l’autenticità, quella di Antonella Sica è anche una poesia dell’ossimoro. Perché la realtà è complessa e contraddittoria, ed essere donna è complesso e contraddittorio. Significa avere in sé la ciclicità della natura, propria dell’acqua, delle maree, della luna (non a caso simboli densamente presenti nel libro), la capacità di dare vita, di “dare alla luce”, e insieme il sentimento costante della morte. La tensione a rendere la contraddittorietà dell’io, della condizione femminile, della realtà tutta, è evidente sin dal titolo. Quando pensiamo all’ira omerica, pensiamo per antonomasia all’ira di Achille. Quando pensiamo a Penelope, le attribuiamo i luoghi comuni della pazienza e della fedeltà; la immaginiamo nelle sue stanze a tessere di giorno, a disfare di notte; facciamo fatica a seguirla nella sua arte della notturna distruzione, nelle trame della paura, del nascondimento, della rabbia, dello scoramento che pure deve aver provato.

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Antonella Sica e “L’ira notturna di Penelope” – Giuseppe Vetromile su Transiti Poetici

Indubbiamente, la figura mitologica di Penelope ha influito e influisce in modo significativo sulla creatività e sulla produzione di tanti poeti e letterati, come pure, del resto, quella di Ulisse. Il simbolo della donna paziente che attende il ritorno dello sposo, prendendosi cura della famiglia e della casa in una situazione precaria e delicata, è un modello esemplare e recupera in modo ottimale il senso della dignità femminile, della sua centralità e importanza nella vita familiare e sociale. I poeti sono attratti da questo simbolo e ne fanno in molti casi riferimento dotto e illuminato.
Così, sulla falsariga della vicenda di Penelope a tutti noi nota, la moglie paziente, scaltra e determinata che tesse la sua tela di giorno e la disfa di notte in un interminabile lavorio di mantenimento dello status quo, al fine di rimandare il più possibile la sua decisione finale, la nostra autrice Antonella Sica in L’ira notturna di Penelope, raccolta di poesie recentemente pubblicata da Prospero Editore, emula lo spirito e l’intelligenza femminile e, in definitiva, umana, nel mantenere una sorta di equilibrio, uno stato di attesa “vigile” nell’affrontare la quotidianità e impostando le proprie aspettative future.
E dunque cosa si può ulteriormente notare, leggendo i bellissimi e significativi testi di questa raccolta? Presumo, essenzialmente, l’idea di incompiutezza, soprattutto nella vita di tutti i giorni, un senso di inarrivabilità quasi asintotica: “Ogni giorno con pazienza / disfo un punto combattendo / l’ira notturna di Penelope / tremando il dubbio se qualcuno / ancora sotto respira.” Si tratta evidentemente della consapevolezza che non sarà mai raggiungibile una pienezza di vita, una soddisfazione o meglio una realizzazione completa del senso dell’esistenza, e la nostra autrice lo esprime con grande valore poetico, ma anche filosofico, quando fa trapelare questo sentimento di precarietà, di disagio spirituale che investe anche l’ambito fisico e psicologico. Una continua tensione alla luminosità e alla pienezza di una vita che dia senso al tutto! Ed è perciò che il lavorio continuo, nottetempo, della trama vitale comporta una misura di rabbia, che è ira quasi repressa, addomesticata e gestita quasi a voler dare maggiore impeto e forza, energia rinnovante, a proseguire.
Come sempre, quando la poesia è davvero alta, come lo è senz’altro quella di Antonella Sica, è lo spessore della parola la caratteristica essenziale, capace di esprimere l’idea di fondo dell’autore, riuscendo con i suoi versi a dire molto di più del narrato, grazie agli echi, ai rimandi, alle allusioni, ai simboli che ampliano i confini poetici ad orizzonti altri, concentrici, proprio come le onde circolari in uno specchio d’acqua generate dal lancio di un sasso…

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6 aprile 2022 – presentazione di L’ira notturna di Penelope al Sivori Bistrot di Genova

 

Il 6 aprile 2022 alle ore 18.00 nello splendido cortile del Sivori Bistrot presenterò la mia ultima raccolta di poesie L’ira notturna di Penelope (Prospero Editore, 2022) che ha vinto prima della pubblicazione il Premio come Miglior Silloge al XX° Premio di Scrittura Femminile “Il Paese delle donne”. Animeranno l’incontro la scrittrice Antonella Grandicelli e la poetessa Donatella Bisutti, che ha curato la prefazione del volume. Proprio Bisutti, notando come la frequente ambientazione in “interni” rimandi a Emily Dickinson per una ricerca raffigurata nella “stanza” così cara a Jane Austen, scrive: «I versi di Antonella Sica si rivelano […] essere soprattutto un’esplorazione in chiave anche mitica e simbolica del Femminile», e conclude: «Accettazione e silenzio sembrano il punto di arrivo di questa scrittura di esplorazione esistenziale, punto di arrivo insieme della vita e del linguaggio».

Ingresso libero fino a esaurimento posti. Aperitivo a 7 euro.

 

L’ira notturna di Penelope – nota di lettura di Sergio Daniele Donati su Le parole di Fedro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(…) Ogni giorno con pazienza
disfo un punto combattendo
l’ira notturna di Penelope
tremando il dubbio se qualcuno
ancora sotto respira. (…)

(tratto da “L’ira notturna di Penelope” 
che da titolo alla silloge)

Quella di Antonella Sica è una scrittura che, prima ancora di stimolare la lettura, impone una pausa;  la pausa che è prima di ogni parola. 
In quella pausa, appena dopo aver scorso il titolo della silloge, si insinua un dubbio, una crepa che ci impone di rivedere le nostre solari visioni sul mito.
Ché di ire maschili la guerra di Troia ci ha riempito le orecchie, e sono ire declinate al maschile e funeste.
Già il titolo, dunque, ci porta in un mondo sotterraneo, in cui l’ira e tante altre sfumature emozionali, vestono i panni del femminile, delle penombre feconde di cui troppo spesso ignoriamo la fertile natura di sorgente.
L’autrice sembra invitarci a disfarci di punti di falsa coscienza, di consapevolezza artefattae ci conduce poi  con delicata risolutezza verso una luce diversa, diafana.
Per questo la pausa nella scrittura di Antonella Sica è centrale, ché la descrizione della pulsione non è mai fine a se stessa; serva a condurre in un altrove dove è possibile intuire un senso profondo del nostro sentire.
Così nell’esempio sopra citato, l’ira notturna di Penelope, ci conduce verso un dubbio che dà tremore; un’ira combattuta dalla tenacia ma che forse è proprio essa stessa la chiave di comprensione della necessità di fermarsi ad osservare.

 

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L’ira notturna di Penelope su Poesia del nostro tempo – lettura di Silvia Rosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla prefazione di Donatella Bisutti

Leggendo i componimenti iniziali di questa nuova raccolta di Antonella Sica […] sembra di trovarsi davanti a una poesia ambientata nel quotidiano, e soprattutto a una poesia di “interni”, come molte poesie di Emily Dickinson, una poesia in cui, come è stato osservato, si accampano gli oggetti, di cui tuttavia subito si sospetta la valenza simbolica. Ma più si procede nella lettura, più questo scenario di “interni” si sfonda e lascia spazio a un “esterno” di dimensione cosmica: anche se in una delle ultime poesie della raccolta riappare un interno condominiale abitato da un televisore, dove in una cucina in disordine una donna si affaccenda “in ciabatte”, intorno a questa apparente banalità “trema la corolla nera del mondo”. L’esterno dunque, “impaziente di morte”, irrompe nei versi trascinando con sé, come in una piena, passione disperazione e abbandono, a smentire quella iniziale volontà dell’Autrice di mantenere una tensione governata e controllata, quella enunciata in uno dei testi iniziali, Fame: “Ho lasciato sempre/ qualcosa nel piatto/ pur avendo ancora fame”, una volontà che si propone di opporsi a quel pazzo desiderio di libertà, di esperienza e di avventura che la spingerebbe addirittura a “mangiare erba”, farsi cioè libera creatura soltanto animale. Più si procede dunque nella lettura, più ci si rende conto del forte valore ossimorico del titolo di questa silloge, che suona come una sfida. Esso riunisce in una figura del Mito, Penelope, come due lembi di quella tela di continuo tessuta e disfatta per essere rifatta di nuovo, la pazienza e l’ira, la prima retaggio atavico del femminile, la seconda simbolo dell’ardua lotta per coniugare quel femminile in un’accezione nuova. Accettazione e silenzio sembrano il punto di arrivo di questa scrittura di esplorazione esistenziale, punto d’arrivo insieme della vita e del linguaggio. Linguaggio che in questi testi appare ricco di spezzature, scheggiato e fortemente analogico, spesso in modo spiazzante, in continua spola fra un quasi minimalismo del quotidiano e un piano simbolico, fra interiorità e realtà esterna, fra profondità psichica e verticalità di un cielo abitato da luna, sole, nuvole, vento, e anche fra un linguaggio “alto” e un linguaggio “basso”. […]

da L’ira notturna di Penelope (Prospero Editore 2022)

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L’ira notturna di Penelope – nota di lettura di Franca Alaimo

L’innesto del mito nella poesia di Antonella Sica si raggruma in pochi, ma vitalissimi riferimenti: Penelope da una parte e la sua tela cucita e scucita quale strumento d’inganno e insieme di riscatto e di autodecisione; e dall’altra il cavallo di legno, che rimanda ad Ulisse, prototipo di astuzia e di dominio maschile.

L’ira di Penelope richiama, quindi, tanto un desiderio di libertà dalla condizione femminile tutta intessuta di stereotipi, quanto -e credo abbia un peso maggiore- (col fare tornare alla mente il verso iniziale dell’Iliade in cui si individua nell’ira funesta dell’eroe Achille la causa degli “infiniti lutti” per gli Achei) la scoperta e la volontà di rispetto dell’elemento maschile nella propria natura femminile: quella complementarietà Sole-Luna, evocata in uno dei testi della silloge.
Così la stanza, che è un altro dei nuclei concettuali di questa scrittura, se da una parte sta a significare la prigionia all’interno dello spazio domestico tra faccende e riti quotidiani, dall’altra sembra alludere a quella “stanza tutta per sé” reclamata da Virginia Woolf, spazio di autoaffermazione femminile attraverso la creatività.
In altre parole la silloge di Antonella Sica segna un itinerario di consapevolezza attraverso cinque sezioni-tappe, che indagano, dopo un momento di rottura, le relazioni fra l’autrice e gli altri, come donna, madre, figlia; e fra sé stessa e l’atto del poetare, percepito come una rielaborazione del proprio vissuto, ché inutile sarebbe raccontare ciò che non ci appartiene, attraverso una sapiente collocazione delle parole-immagini, come in un’operazione di montaggio cinematografico, all’interno di un’inesauribile dinamismo.
Ricorrenti sono anche nei versi della silloge due elementi naturali: il mare, simbolo del viaggio all’interno delle proprie acque interiori, ma anche verso un oltre sconosciuto, e il vento simbolo del sovvertimento del disordine anche fecondo, ché trasporta semi e spore in luoghi nuovi. Tra quest’ultimi c’è anche la dimensione del silenzio, come consapevolezza di una pienezza della comprensione che non ha più bisogno di una ricerca attraverso la parola, per cui il desiderio di dissolvimento a cui pure si accenna, non coincide con la distruzione del proprio sé, ma con la più ampia realizzazione coincidente con il senso più profondo e intimo dell’essere e dell’esserci.

Franca Alaimo