Frammenti di un epilogo tradotta in spagnolo da Antonio Nazzaro (Centro Cultural Tina Modotti)

Frammenti di un epilogo di Antonella Sica (Italia) ita/esp

Quando sarò andata via
dovranno occuparsi
della mia assenza.
Riempiranno tutti i buchi
che ho fatto nella terra
per mettere radici.
Sgombreranno
il mio piccolo spazio:
terranno l’oro per il valore,
getteranno i libri
e le fotografie senza più memoria
nascoste tra le pagine.
I miei fogli di tormento
diventeranno carta
su cui appuntare i fantasmi
di una nuova vita
o la lista della spesa.
*

Fragmentos de un epílogo de Antonella Sica (Italia) esp/ita

Cuando me haya ido
tendrán que ocuparse
de mi ausencia.
Llenarán todos los hoyos
que he hecho en la tierra
para echar raíces.
Desalojarán
mi pequeño espacio:
guardarán el oro por el valor,
tirarán los libros
y las fotografías ya sin memoria
escondidas entre las páginas.
Mis hojas de tormento
se convertirán en papel
sobre el cual anotar los fantasmas
de una vida nueva
o la lista de las compras.
Traduzione: Antonio Nazzaro

«Mangiare l’erba solo per conoscerne il sapore»: recensione a “L’ira notturna di Penelope”, A. Sica – di Martina Toppi (Alma Poesia)

Penelope tesse e attende. E nell’attesa si domanda: cosa significa essere questa donna che sono? E intanto intreccia fili e costruisce trame e veste inganni di morbido tessuto. Si guarda indietro, Penelope, alle donne che è stata e che sono state prima di lei: centinaia di mimi e specchi, echi di altre generazioni che cuciono insieme a lei, con dita altrettanto agili, altrettanto raggrinzite dallo sforzo continuo, ma lievi nella cadenza con cui ingannano il tempo. Leggendo L’ira notturna di Penelope di Antonella Sica (Prospero Editore, 2022), la sensazione non è quella di un’idilliaca parentesi esistenziale in cui attendiamo il ritorno di Odisseo sull’isola. Semmai, la donna cui questi versi danno forma è una donna di città, che dalla sua finestra scorge colline e palazzi, che vive intrisa di azione, capace di insegnarci che nell’attesa si vive e addirittura si scrivono poesie. Così mi sono chiesta chi fosse questa Penelope che si cuce addosso il volto e la vita di altre donne che l’hanno preceduta. Sono entrata nelle cucine di nonne indaffarate, perdendomi tra le braccia profumate di limoni di una madre, inebriata di quella nube di profumo impalpabile che poi si scopre essere l’essenza stessa della femminilità, sempre diversa, sempre presente. E sotto questi molti volti mi sono chiesta se mi è mai capitato di essere la donna che Sica assegna a Penelope. La donna che tesse inganni mentre se ne sta vigile, appena dietro la riva del mare nella notte bagnata dalla luna. «Una poesia non certo femminista, ma fortemente connotata dalla volontà sofferta di far emergere un Sé femminile profondo, affondando la ricerca in un buio primigenio che è insieme quello esistenziale della nascita e quello astrale» commenta Donatella Bisutti, nella prefazione di questa raccolta, esplorando la poesia di questa Penelope notturna, paziente e irosa al tempo stesso, e paragonandola a una certa scrittura simbolica di cui Dickinson era stata maestra. Una scrittura armata però anche di quell’ironia che da Jane Austin in poi abbiamo imparato ad amare profondamente.

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Concorsi & Premi poesie inedite

Alcuni testi di Corpi estranei, la mia nuova raccolta ancora inedita, stanno ottenendo diversi premi e riconoscimenti.

La poesia Ho una bambina sulla schiena si è classificata al secondo posto sia alla XXVIII Edizione del Premio Nazionale di Poesia edita e inedita Tra Secchia e Panaro che al Concorso nazionale di poesia e narrativa “Guido Gozzano”.
La poesia Corpi estranei si è classificata prima all’VIII edizione del Premio Letterario Il Giardino di Babuk – Proust en Italie ed è stata finalista alla XII edizione del premio di poesia Isabella Morra.
La silloge breve Corpi estranei è arrivata in finale al Concorso nazionale di poesia e narrativa “Guido Gozzano” e ha vinto l’VIII edizione del Premio nazionale editoriale “Arcipelago Itaca”.

L’ira notturna di Penelope vince la XVI ed. del Premio Letterario Nazionale Giovane Holden

Giuria:
Maria Teresa Landi, scrittrice; Luciana Tola, scrittrice (Presidenti di Giuria)
Iacopo Maccioni, scrittore
Gioconda Marinelli, scrittrice e giornalista

Motivazione: Perché Penelope? Perché, fra le grandi figure del mondo classico, essa rappresenta quella condizione femminile che si riconosce nella pazienza e nell’attesa, simbolo cioè della tradizione alla quale la poetessa vuole sfuggire. Di qui la rivolta a ogni costrizione che ingabbia il femminile, ossia la tensione verso una dimensione più autentica e universale, dove il silenzio diventa padrone dell’attimo e scavalca anche il ruolo della parola. Versi brevi, impegnativi per l’uso frequente di figure retoriche e l’attenta scelta di parole capaci di suscitare sensazioni ed emozioni.

L’ira notturna di Penelope – recensione di Moka su Licenza Poetica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ira notturna di Penelope è una trama nascosta che conduce alla scoperta; l’ira è il monologo del proprio vissuto e la certezza di non sapere molto, ma anche la prontezza della meraviglia, l’ira è un atto di fede che alimenta il fuoco della ricerca, attraversa con sguardo femmineo il mondo, con gesti ripetuti, talvolta incauti. L’osservazione dalle finestre delle case, in cui ha respirato la Penelope dei giorni nostri, in cui è cresciuta e cambiata, addirittura attraversandone le stanze come fossero le proprie viscere; nella pressante quotidianità che la rende fuori luogo e in tutti i luoghi, in cui comprendere la propria gestazione interiore femminile. È la poesia la forza per ricominciare tutto da capo, se necessario: strappare, cancellare, urlare amore, dolori, rivincite, riscatti e poi tornare al mare che riluce di quella presenza costante dove l’autrice sa di poter naufragare per riemergere sempre più forte.

Moka
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Antonella Sica | L’ira notturna di Penelope a cura di Giuseppe Martella su «Inverso – Giornale di poesia»

 

Ho incontrato Antonella Sica di recente, in occasione di un evento poetico. Non avendo mai letto niente di lei. Incuriosito ho acquistato il suo ultimo libro, L’ira notturna di Penelope, e l’ho letto d’un fiato non pensando affatto di scriverci su una recensione. Ma il testo mi ha catturato nelle sue pieghe, come una tela di ragno una mosca, nei suoi punti in croce, nelle sue scuciture notturne che preludono alle albe di nuovi giorni. Come la tela di Penelope che disegna in contrappunto il labirinto marino di Ulisse, le svolte dell’intreccio dell’Odissea, compiendo l’archetipo frastagliato del Nostos omerico come lo stampo di ogni narrazione letteraria avvenire. Non solo, ma anche dell’interpretazione di testi e messaggi, dell’ermeneutica insomma, esistenziale e filosofica: la cura dell’interpretazione, genitivo soggettivo e oggettivo.
Questa Penelope dis/fa infatti ogni notte con cura, con ira temperata, la tela che tesse nel rosario dei giorni. “Notturna” è qui da intendersi anche come ctonia, fuoco che cova sotto le ceneri, e “ira” appunto è da intendersi come “temperamento”, sia in senso psicologico che musicale. Da un lato come la misura di colei che, animata da una passione indomabile, sa tuttavia alzarsi da tavola quando ha ancora fame. Dall’altro come quell’insieme di accorgimenti tecnici che consentono di modulare i temi di una forma sonata, e di passare tra i modi, maggiore minore, in quella “fuga per canone” che è l’espressione di una vita, con le sue variazioni, pause, accordi, sviluppi e riprese, in vista di una risoluzione finale che non arriva mai.
Pensiamo dunque all’Arte della fuga di Bach come a un modello da tenere a mente, accanto a quello dell’Odissea, nel nostro viaggio attraverso questo labirinto marino, costellato di tempeste e approdi provvisori. Perché il mare qui, screziato di riflessi e lampi, è il materiale di costruzione delle architetture poetiche di cui si tratta. Delle case e delle stanze in cui si abita: case dell’essere e stanze della memoria, rifugi e prigioni di un’esistenza domestica che si apre sul cosmo periglioso e affascinante di una che vuole viaggiare leggera, consapevole che “non c’è terra mai/ ma il viaggio”. (53) Di un io poetico, insomma, che sa temperare la sete di scoperta di Ulisse dalla mente tortuosa (polytropos), con la pazienza altrettanto astuta della sua sposa che ordisce piccoli inganni quotidiani, compiendo insomma una ricognizione speculare rispetto a quella dell’eroe: cercando cioè di dare un senso alla propria vita, di riempire le proprie “stanze vuote”, scucendo e ricucendo a proprio modo quella tela di Ananke che le antenate le hanno cucito addosso come un destino; disfandola sempre di nuovo punto a punto, in una caparbia temperata insurrezione, “combattendo/ l’ira notturna di Penelope”, (2) per una composizione di luogo che è al contempo esercizio spirituale e poetico, l’apprendimento del mestiere di vivere e dell’arte di catturare l’angelo nella sillaba. In una costante equivalenza fra tela e testo, nonché fra compitazione e costruzione. Fra vivere, costruire e abitare. Del resto poesia e costruzione sono etimologicamente connesse, così come il tedesco Dichtung (poesia) e il sanscrito tichtein (tetto). Così si costruisce man mano la bugia poetica come farmaco (rimedio-veleno) per il disincanto del mondo e per il disamore che lo alimenta. Il rovescio del fuoco, il suo riflesso nell’acqua o nel vetro di una finestra che si fa specchio della tua ombra.

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